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Come dare feedback costruttivo in azienda

Copertina come dare feedback in azienda

Ho una convinzione abbastanza ferma sul feedback in azienda: il feedback più costoso è quello che non viene mai dato. Le performance che ristagnano dopo mesi di “aspettiamo e vediamo” raramente si riprendono da sole. Lo stesso vale per le persone. Quando non ricevono indicazioni chiare su cosa migliorare, spesso restano bloccate e continuano a fare ciò che hanno sempre fatto, semplicemente perché non sanno cosa cambiare.

Detto questo, dare feedback con la struttura sbagliata può avere un costo altissimo, non solo sul piano relazionale, ma anche su quello operativo. Le persone si mettono sulla difensiva, il cambiamento rallenta e, a volte, il comportamento che si voleva correggere finisce per consolidarsi.

La domanda, allora, è come dare feedback costruttivo in azienda in modo che produca il cambiamento che stai cercando di ottenere. 

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Francesca in piedi con laptop

Sono NLP Coach specializzata in business, comunicazione e mindset imprenditoriale. Mi sono accreditata con NLP Society di Richard Bundler e mi sono formata con la Extraordinary School di Claudio Belotti.

Attraverso un approccio che integra PNL, business strategy, marketing e comunicazione, aiuto imprenditori, CEO e professionisti a migliorare leadership, vendita, visibilità e gestione mentale del business.

Sono anche host del podcast Pensa come una Boss, dove parlo di business, marketing, crescita personale, mindset imprenditoriale e strategie per creare un lavoro che supporti davvero la vita, e founder del Boss Club, la mia membership dedicata a imprenditrici e professionisti che vogliono crescere nel business senza dipendere esclusivamente dai social.

Perché la maggior parte dei feedback non produce cambiamento

Dietro alla maggior parte dei feedback che non producono cambiamento c’è una struttura ricorrente e riconoscerla è il primo passo per modificarla.

Nella maggior parte dei casi, un feedback non funziona perché è troppo vago (“devi migliorare la qualità del lavoro”), perché giudica la persona invece di descrivere un comportamento (“sei superficiale”, “sei poco proattivo”), perché arriva subito dopo l’errore, quando l’emotività è alta, o perché si conclude senza chiarire cosa fare diversamente.

C’è un motivo se questi feedback funzionano poco. Il feedback vago lascia la persona senza elementi concreti su cui lavorare, perché dire “migliora la qualità” non comunica niente di specifico. Il giudizio sull’identità viene spesso percepito come un attacco e chi lo riceve tende a difendersi, invece di concentrarsi su ciò che può migliorare. Un feedback dato in un momento di forte emotività tende, poi, a essere recepito peggio, perché il sistema nervoso è già sotto stress. Infine, una conversazione che si chiude senza un accordo concreto lascia tutto nel vago.

La PNL lavora su ognuno di questi punti, a partire da una delle sue presupposizioni fondamentali: non esiste fallimento, solo feedback. Ogni risultato che non corrisponde a quello che volevamo è un’informazione su cosa aggiustare, non un verdetto sulla persona. Adottare questa prospettiva quando si dà un feedback cambia il tono del confronto, perché sposta l’attenzione dal giudicare la persona al capire cosa può essere migliorato.

La struttura del feedback che funziona

PrincipioPerché funziona
Descrivi il comportamento, non la personaAiuta a mantenere il focus sui fatti e sui comportamenti osservabili, riducendo il rischio che il feedback venga percepito come un attacco personale.
Scegli il momento giustoQuando l’emotività è alta, le persone tendono a recepire il feedback con maggiore difficoltà. Aspettare il momento giusto aumenta le probabilità che venga ascoltato e compreso.
Usa una struttura in tre partiIniziare da un elemento positivo, evidenziare ciò che può essere migliorato e chiudere con una domanda rende il feedback più facile da accogliere.
Chiudi con una domandaCoinvolge la persona nella ricerca della soluzione e favorisce una maggiore responsabilizzazione rispetto a un’indicazione imposta dall’esterno.
Francesca controlla cellulare

Esistono alcuni principi che aumentano le probabilità che un feedback produca cambiamento invece di generare resistenza.

Primo: descrivi il comportamento, non la persona

Il cervello recepisce il giudizio sull’identità come una minaccia e si difende. La descrizione di un comportamento, invece, offre un’informazione concreta su cui lavorare. 

La differenza pratica è questa: se invece di dire “sei sempre in ritardo con le consegne”, dici “negli ultimi tre sprint hai consegnato il martedì invece del lunedì come concordato”, il focus si sposta dalla persona al comportamento.

La seconda frase descrive qualcosa di osservabile, specifico e contestualizzato. La prima è un giudizio sulla persona che può essere accettato o rifiutato, ma che difficilmente aiuta a capire cosa fare diversamente.

Secondo: scegli il momento giusto in base allo stato emotivo del collaboratore

Se la persona sta vivendo un momento di forte stress, è arrabbiata o emotivamente coinvolta per qualsiasi ragione, rimanda il feedback. In quello stato il feedback rischia di andare perduto. Aspetta che la persona sia in una condizione più neutra, poi apri la conversazione: il risultato sarà probabilmente molto diverso.

Per capire se è il momento giusto per aprire una conversazione di questo tipo, la PNL utilizza la calibrazione, cioè l’osservazione del ritmo del respiro, della postura, del ritmo del parlato e del tono della voce.

Questi segnali non verbali possono fornire informazioni sullo stato emotivo dell’altra persona, spesso più precise di quelle che si ricavano da ciò che dice.

Terzo: usa una struttura in tre parti

Esiste una struttura che aumenta le probabilità che un feedback venga accolto e utilizzato.

Inizia con qualcosa di concreto e positivo che la persona ha fatto bene (qualcosa di specifico e osservabile e fai un esempio reale), evidenzia poi ciò che può essere migliorato, restando sul piano dei fatti e dei comportamenti. Infine, chiudi con una domanda aperta che restituisca protagonismo all’altro.

Ti faccio un esempio: “Nel report della settimana scorsa, la sezione sull’analisi della concorrenza era molto più completa di quelle precedenti, si vedeva chiaramente il lavoro fatto. Nella parte sulle proiezioni finanziarie, mancavano le assunzioni di base che giustificano le stime. Nella prossima versione puoi aggiungerle? Cosa ti servirebbe per farlo?”

Questa struttura riduce la probabilità di una reazione difensiva e rende più facile accogliere anche la parte critica del feedback. In gergo PNL si chiama ricalco emotivo prima della guida: entri in sintonia con l’altro e poi accompagni la conversazione nella direzione che vuoi.

Quarto: chiudi con una domanda

“Devi fare X” chiude la conversazione con una soluzione già pronta che la persona può solo accettare o rifiutare. 

“Cosa pensi che potrebbe aiutarti a fare X?” apre un processo in cui è la persona a trovare la risposta. 

Le persone tendono a modificare i propri comportamenti in modo più stabile quando arrivano da sole a capire cosa può essere migliorato e individuano da sole la soluzione.

Il tuo ruolo, in quel momento, è fare la domanda giusta e, poi, stare in ascolto.

Il principio di ancoraggio nel feedback: come la PNL spiega l’effetto delle parole

Francesca prende appunti

Quando si parla di feedback, uno dei concetti più utili della PNL è l’ancoraggio: le parole e i gesti che usiamo in modo ricorrente creano associazioni neurali nel collaboratore che tendono ad attivarsi ogni volta che gli stessi stimoli si ripresentano.

Questo ha alcune implicazioni pratiche.

Se dai feedback critici sempre con lo stesso tono o nello stesso contesto fisico (la tua scrivania, una certa saletta riunioni), quel tono e quel luogo possono diventare anchors negativi. Il collaboratore entra in quello spazio e si prepara alla critica, anche quando non deve riceverne. Variare i contesti e i toni aiuta a spezzare questo automatismo.

Usare il nome della persona in modo calibrato e adottare un tono della voce più neutro o accogliente prima di affrontare una questione critica può fare la differenza. Non si tratta di manipolazione, ma di una comunicazione che tiene conto di come funziona il cervello umano.

Il feedback positivo: quello più sottovalutato

Una delle asimmetrie più costose nella cultura del feedback in azienda riguarda la frequenza con cui viene dato: il feedback critico arriva con una certa regolarità, quello positivo quasi mai, oppure in una forma così generica da risultare poco utile.

“Bravo, buon lavoro” va e viene senza lasciare traccia. 

“Il modo in cui hai gestito la riunione con il cliente ieri, tenendo il punto sul prezzo invece di cedere, ha fatto la differenza: il cliente l’ha percepito e ha rispettato la posizione” è un esempio di feedback efficace.

Il secondo rinforza un comportamento specifico che vuoi vedere ripetuto. Il primo non offre indicazioni concrete su ciò che la persona ha fatto bene e su cosa vale la pena ripetere.

In PNL questo si chiama rinforzo del comportamento desiderato: ogni volta che descrivi in modo specifico quello che una persona ha fatto bene, aumenti la probabilità che quel comportamento si ripeta.

Il feedback positivo specifico è uno degli strumenti più efficaci che hai a disposizione e non costa nulla. Usarlo con la stessa precisione del feedback critico può contribuire a creare un clima di lavoro migliore.

I livelli logici di Dilts applicati al feedback

Robert Dilts, uno dei principali sviluppatori della PNL, ha elaborato un modello che distingue diversi livelli di esperienza: ambiente, comportamento, capacità, valori e convinzioni, identità e missione. Si tratta di uno degli strumenti più utili per capire perché certi feedback rimangono senza effetto.

Un feedback sul comportamento (“hai consegnato in ritardo”) viene recepito in modo diverso rispetto a un feedback sull’identità (“sei inaffidabile”). Il primo riguarda qualcosa che può essere modificato. Il secondo tocca il modo in cui la persona vede se stessa e tende ad attivare una risposta difensiva che riguarda più l’autostima che la performance.

Il feedback efficace opera quasi sempre a livello di comportamento o di capacità (“hai le competenze per farlo e, in questo caso, non hai utilizzato X, che di solito funziona bene per te”). Quando il feedback scende al livello dell’identità, anche se positivo (“sei un fuoriclasse”), può creare aspettative difficili da sostenere nel tempo.

Tenere presente questa distinzione aiuta a costruire feedback più efficaci.

Grafica livelli logici Dilts

Come costruire una cultura del feedback

Un singolo feedback ben strutturato cambia una conversazione. Una cultura del feedback, in cui le persone si aspettano di ricevere informazioni precise su come stanno lavorando e si sentono al sicuro nel darle a loro volta, può cambiare profondamente la qualità del lavoro.

Costruire questa cultura richiede costanza nel tempo. È qualcosa che si costruisce settimana dopo settimana, non con un’iniziativa isolata. Significa dare feedback regolarmente, anche fuori dai momenti di crisi, chiederli attivamente e rispondere a quelli ricevuti in modo che le persone vedano che vale la pena condividerli.

Un’abitudine semplice da introdurre subito consiste nel fare un check di feedback bidirezionale con le persone chiave alla fine di ogni progetto o periodo significativo.

È sufficiente una conversazione di venti minuti in cui chiedi: “cosa ha funzionato, cosa avremmo potuto fare diversamente, cosa ti serve da me per il prossimo periodo?”.

Nel tempo, questa pratica rende più naturale lo scambio di feedback in entrambe le direzioni.

Come ricevere feedback: la parte della conversazione che quasi nessuno allena

Francesca Sparaco davanti al pc sfoglia agenda

C’è un’asimmetria curiosa nella formazione sul feedback: si insegna quasi sempre a darlo, quasi mai a riceverlo. Eppure la capacità di ricevere feedback in modo produttivo è altrettanto importante per la qualità del lavoro e, spesso, è anche la più difficile da sviluppare. Questo è vero soprattutto per i ruoli di leadership, dove si è abituati a essere la persona che valuta gli altri.

Ricevere feedback attiva le stesse difese neurali che cerchiamo di ridurre negli altri quando li diamo. Se il feedback tocca qualcosa che associamo alla nostra competenza o identità professionale, la prima reazione è spesso difensiva e arriva prima ancora di poter scegliere consapevolmente come rispondere.

Qualche pratica concreta può aiutare a ricevere feedback in modo più produttivo.

Separa il momento della ricezione da quello della valutazione

Quando si riceve un feedback, l’obiettivo in quel momento è capire cosa sta dicendo l’altra persona, non decidere se ha ragione. Resistere all’impulso di rispondere immediatamente (con una difesa, una spiegazione o una controargomentazione) e fare invece domande può essere molto più utile. Una domanda come “puoi dirmi di più su questa situazione specifica?” spesso porta più informazioni di qualsiasi risposta immediata.

Chiediti cosa c’è di vero nel feedback

Anche quando la forma con cui arriva è imperfetta, un feedback contiene quasi sempre almeno un’informazione utile. Separare il contenuto dalla forma permette di cogliere ciò che può essere utile invece di respingere tutto insieme.

Ringrazia chi ha scelto di dartelo

Dare feedback richiede coraggio, soprattutto quando ci si rivolge a qualcuno che occupa una posizione di maggiore responsabilità o potere. Un collaboratore che ti dice qualcosa di scomodo sta facendo qualcosa che non è banale. Riconoscerlo crea le condizioni perché quel confronto possa ripetersi in futuro.

Una cultura del feedback bidirezionale, in cui il CEO riceve feedback dal team con la stessa apertura con cui li dà, rende più facile far emergere problemi, idee e opportunità di miglioramento.

Il feedback che stai rimandando da tre settimane probabilmente è quello più utile da dare questa settimana. Più aspetti, più la situazione si consolida e più diventa difficile intervenire.

Se vuoi approfondire questi temi, nella newsletter trovi ogni settimana strumenti pratici su feedback, comunicazione e performance in azienda.

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Francesca

FAQ su come dare feedback costruttivi in azienda

Come si dà un feedback costruttivo in azienda?

Un feedback costruttivo si struttura in tre parti: inizia con qualcosa di specifico e osservabile che la persona ha fatto bene, evidenzia poi ciò che può essere migliorato, senza esprimere giudizi sulla persona, e chiude con una domanda aperta, che restituisce protagonismo al collaboratore. Questo approccio aumenta le probabilità che il feedback venga accolto e si traduca in un cambiamento concreto.

Qual è la differenza tra feedback costruttivo e critica?

La critica giudica la persona (“sei superficiale”). Il feedback costruttivo descrive un comportamento osservabile in un contesto specifico (“nei tuoi ultimi tre report mancavano le fonti dei dati”). La differenza è sostanziale: il giudizio tende a generare una reazione difensiva, mentre la descrizione di un comportamento offre un punto concreto su cui lavorare.

Quando è il momento giusto per dare feedback?

Il momento giusto per dare feedback è quello in cui il collaboratore si trova in uno stato emotivo sufficientemente neutro, lontano dall’errore e dalla pressione del momento. Un feedback dato quando l’emotività è ancora alta viene recepito con maggiore difficoltà e tende a produrre risultati peggiori. Imparare a leggere lo stato del collaboratore attraverso i segnali non verbali, prima di aprire una conversazione difficile, è fondamentale per dare feedback efficaci.

Come dare feedback critico senza demotivare?

Il feedback critico mantiene la motivazione quando è specifico, si concentra sui comportamenti e viene dato in un momento in cui la persona è in grado di riceverlo. Tende invece a demotivare quando è vago, quando giudica la persona, quando arriva nel momento sbagliato o quando si chiude senza indicazioni chiare su come procedere. Una struttura che può aiutare consiste nel partire da un elemento positivo e concreto, evidenziare ciò che può essere migliorato e chiudere con una domanda aperta.

Quanto spesso si dovrebbe dare feedback in azienda?

Il feedback dovrebbe essere frequente e distribuito nel tempo, attraverso conversazioni brevi e regolari, invece di essere concentrato in una revisione annuale. Le informazioni sul lavoro in corso sono generalmente più utili di un lungo riepilogo a distanza di mesi. Una cultura del feedback equilibrata include feedback positivi specifici e feedback critici, in modo che le persone ricevano un quadro completo del proprio contributo.

Come ricevere feedback in modo produttivo?

Ricevere feedback attiva spesso le stesse difese che cerchiamo di ridurre negli altri quando siamo noi a darlo. Le pratiche più utili sono separare il momento della ricezione da quello della valutazione (prima capire cosa sta dicendo l’altra persona, poi decidere se e come utilizzare il feedback), cercare ciò che c’è di vero nel feedback, anche quando la forma è imperfetta, e fare domande invece di rispondere subito con una difesa. Un CEO che riceve feedback dal team con la stessa apertura con cui lo dà rende più facile far emergere problemi, idee e opportunità di miglioramento.

Cos’è il modello dei livelli logici di Dilts e come si applica al feedback?

I livelli logici di Robert Dilts sono un modello che distingue diversi livelli di esperienza, dall’ambiente fino all’identità e alla missione. Applicato al feedback, aiuta a concentrarsi su comportamenti e capacità (“in questo progetto non hai usato X”), evitando di scendere sul piano dell’identità (“sei inaffidabile”), che tende a generare una reazione difensiva invece di favorire il miglioramento. È uno dei modelli della PNL più utili nella gestione del team.

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